E’ difficile concepire come molti tra coloro che predicano la laicità dello stato, in circostanze di debolezza politica (e forse anche ideologica), trovino ogni modo di smarcarsi e sottrarsi da prese di posizioni coerenti e oneste, per quanto difficili. Quasi avessero paura della reazione della gente, o delle autorità, cui dovrebbero spiegazioni sufficientemente motivate. Quasi non avessero le capacità intellettuali o politiche per prendere le distanze dagli eccessi. Eccessi che purtroppo e inevitabilmente si concretizzano, da entrambe le parti della disputa, alimentati da urla e megafoni (veri o mediatici); eccessi che stupidamente riducono lo spessore del problema ad un mero fatto di ordinaria (ma -ahimè- quanto poco scontata!) convivenza civile.
E’ difficile concepire come molti tra coloro che si battono per la laicità dello stato non abbiano il coraggio di dire, forte e chiaro, che il problema non è la visita del Papa all’università, quanto l’indipendenza, la libertà e l’autonomia di Chiesa (e di qualsiasi chiesa!) e Stato, ciascuno nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’altro.
Uno stato democratico e i suoi rappresentanti istituzionali hanno il dovere di concedere a tutti gli stessi diritti e di pretendere da essi gli stessi doveri; siano essi individui o chiese. Per questi motivi sono sicuro che nessuno sarebbe insorto se all’inaugurazione dell’anno accademico fossero stati invitati i rappresentanti di varie confessioni religiose. Così come sono sicuro che il Rettore avrebbe certamente invitato i rappresentanti di varie confessione religiose, se il suo intento fosse stato davvero, come lui disse, quello di portare messaggeri di pace.