E’ difficile concepire come molti tra coloro che predicano la laicità dello stato, in circostanze di debolezza politica (e forse anche ideologica), trovino ogni modo di smarcarsi e sottrarsi da prese di posizioni coerenti e oneste, per quanto difficili. Quasi avessero paura della reazione della gente, o delle autorità, cui dovrebbero spiegazioni sufficientemente motivate. Quasi non avessero le capacità intellettuali o politiche per prendere le distanze dagli eccessi. Eccessi che purtroppo e inevitabilmente si concretizzano, da entrambe le parti della disputa, alimentati da urla e megafoni (veri o mediatici); eccessi che stupidamente riducono lo spessore del problema ad un mero fatto di ordinaria (ma -ahimè- quanto poco scontata!) convivenza civile.
E’ difficile concepire come molti tra coloro che si battono per la laicità dello stato non abbiano il coraggio di dire, forte e chiaro, che il problema non è la visita del Papa all’università, quanto l’indipendenza, la libertà e l’autonomia di Chiesa (e di qualsiasi chiesa!) e Stato, ciascuno nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’altro.

Uno stato democratico e i suoi rappresentanti istituzionali hanno il dovere di concedere a tutti gli stessi diritti e di pretendere da essi gli stessi doveri; siano essi individui o chiese. Per questi motivi sono sicuro che nessuno sarebbe insorto se all’inaugurazione dell’anno accademico fossero stati invitati i rappresentanti di varie confessioni religiose. Così come sono sicuro che il Rettore avrebbe certamente invitato i rappresentanti di varie confessione religiose, se il suo intento fosse stato davvero, come lui disse, quello di portare messaggeri di pace.

Su repubblica.it, oggi, è uscito un articolo di Eugenio Scalfari.

Consiglio, a chi ha la pazienza di leggerlo fino in fondo, di fare clic qui.

Riporto qui sotto qualche stralcio, sperando di non infrangere i diritti d’autore di nessuno.

E’ durato ventiquattr’ore il gelo tra Vaticano e Campidoglio, tra il Papa e il sindaco di Roma. Poi c’è stata la marcia indietro guidata dal cardinal Bertone, Segretario di Stato, e Roma da città in “gravissimo degrado” come aveva affermato Benedetto XVI di fronte a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra, è diventata di colpo una “città godibile e accogliente” e le istituzioni locali “alacremente impegnate a migliorare la socievolezza e il benessere diffuso”(…).

Al di là della palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger, che da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia, esiste più che mai un disagio profondo nella Chiesa e nel laicato cattolico. La Chiesa di Benedetto XVI, ma anche quella di Giovanni Paolo II, non riesce ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la moderna società.

La gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero si sono da tempo e sempre più trasformati in una “lobby” che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall’attività pastorale e dall’approfondimento culturale. Il “popolo di Dio” soffre di questa trasformazione; i laici non trovano terreno adatto al dialogo se non sul piano miserevole di comportarsi anch’essi come una confraternita pronta a compromessi e patteggiamenti (…).

Aggiungo che si tratta di responsabilità condivise. La gerarchia cattolica baratta da anni (o da secoli?) il sacro con il profano; le istituzioni politiche l’accompagnano su questa strada di compromessi al ribasso per cavarne improbabili tornaconti elettorali; lo stuolo sempre più vociante degli atei devoti affianca o precede il corteo (…).

“E’ legittimo e doveroso per tutti i cittadini, e perciò anche per i cattolici, contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti ma questo diritto dovere non è la stessa cosa che esigere una piena identità tra i propri valori e la legge. E’ in questa complessa dinamica che si esprime la responsabilità dei cattolici nella vita politica. Urgente si è fatta l’esigenza della formazione del laicato cattolico alle responsabilità della democrazia. Perché mai l’Italia e i cattolici italiani debbono sempre esser trattati come “il giardino della Chiesa”?” L’autore di questa citazione è Pietro Scoppola (storico, docente e politico italiano, uno dei principali esponenti italiani del cattolicesimo democratico, ndr) e la data è del febbraio 2001 (…).

Scoppola si rendeva conto che solo il dialogo tra la minoranza dei veri laici e la minoranza dei cattolici autentici avrebbe ridotto il peso di quell’indifferenziato corpaccione di finti devoti e di finti laici “appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale, dominati dalla gerarchia e dalle oligarchie”.

La gerarchia occupi tutto lo spazio pubblico che vuole ma non interferisca nell’autonomia dei laici e delle istituzioni civili. I rappresentanti di queste ultime impediscano le interferenze anziché assecondarle o nel caso migliore tollerarle fingendo che non vi siano state. Queste finzioni non fanno bene né alla Chiesa popolo di Dio né alla democrazia.