Caro Papa,

non ti scrivo per parlarti della tua Chiesa -so che non avrei nè l’autorevolezza nè l’autorità di farlo- ma per parlarti del mio paese, l’Italia.

Ti scrivo a distanza di tempo dagli episodi della Sapienza; tempo che è servito a riflettere, meditare su quegli episodi e su ciò che sta accadendo in Italia. Ti scrivo perchè benchè fossi certo che la situazione fosse chiara agli occhi di tutti, ho dovuto purtroppo constatare che non è così. Ti scrivo perchè nel caos mediatico di quei giorni leggo la triste sconfitta di un popolo che fatica a leggere gli eventi con il dovuto distacco; un popolo che, in fondo, fatica a trovare sè stesso.

Caro Papa, in Danimarca, paese in testa alle classifiche mondiali sulla libertà di stampa, la notizia che ha sconvolto l’Italia ha occupato soltanto un trafiletto laterale del quotidiano Politiken e non è nemmeno apparsa in televisione. Ma questo non è l’unico paese in cui la notizia è stata pressochè ignorata; lo stesso vale anche per Svezia, Norvegia, Finlandia, Islanda (solo per citare alcuni paesi di cui ho notizie certe)… In Inghilterra la BBC ha dedicato poco più di un articoletto online, così come la CNN ha fatto negli Stati Uniti.

Caro Papa, vorrei partire da qui, dalla scarsa eco che la vicenda ha avuto nella stampa estera di molti paesi occidentali.

Perchè, mi sono chiesto?

Non ho potuto fare a meno di constatare che in molti dei paesi che hanno ignorato la vicenda, la questione della laicità dello stato è già stata risolta.

Ora, caro Papa, intendiamoci bene e una volta per tutte, almeno io e te, su cosa intendiamo per laicità. Sai bene, e meglio di me!, che non tutto il mondo è composto da Cristiani, nè, tra i Cristiani, sono tutti Cattolici. Ci sono Chiese Cristiane che da tempo ammettono il sacerdozio femminile, non richedono il celibato ai propri ministri e addirittura benedicono le unione omosessuali. Ma anche tra Ebrei, Musulmani, Buddhisti e Induisti esiste una varietà e vastità di posizioni etiche e morali differenti, all’interno di quelle stesse religioni. La laicità dello stato nasce innanzi tutto da questo: dalla consapevolezza della molteplicità delle religioni, delle culture, dei valori etici e morali di ogni persona. Ma una consapevolezza piena porta in sè l’impegno per il rispetto dei valori altrui, anche se profondamente diversi dai propri; e il rispetto si manifesta con la libera possibilità, per ciascuno, di perseguire i propri valori. A Voltaire è attribuita la celebre frase “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”. Non è forse questo il senso profondo della laicità di uno stato? Uno stato può permettersi di fare come propria la morale di una singola confessione religiosa? Purtroppo la storia passata e, ancor più!, quella presente ci insegnano che quando questo avviene siamo in presenza di paesi fondamentalisti, ove legge sociale e morale religiosa coincidono. E non è forse questo il grosso problema che affligge, oggi, numerose aree del medio oriente?

Caro Papa, conosciamo bene, entrambi, la differenza tra laicità e laicismo. Così come conosciamo bene la differenza tra islam e islamismo. Sappiamo quanto un “ismo” di troppo trasformi un principio in fanatismo, una religione in fondamentalismo. Eppure perchè questo concetto, oggi, in Italia, pare essere perduto? Perchè, travolti da onde mediatiche e turbinii emotivi, non riusciamo più a distinguere tra laicità e laicismo?

Caro Papa, perchè la tua Chiesa professa la neutralità politica, ma poi alcuni tuoi ministri vengono scoperti a fare chiamate, di nascosto, ad altri ministri, quelli della società civile, spingendoli a votare pro o contro questa o quella legge? Perchè caro Papa ti fai sorprendere a stringere le mani di alcuni candidati alle prossime elezioni, ma non quelle di altri? e perchè ora l’agenzia stampa dei vescovi, ora “Famiglia Cristiana”, riservano certi toni fortemente accusatori solo nei confronti di alcuni partiti o di alcuni candidati, ma non nei confronti di altri?

Caro Papa, dacci delle risposte, aiutaci a capire. Perchè se è pur vero che alcuni in Italia scambiano laicità con laicismo, altri (e non sono pochi) non riescono più a distinguere tra cattolicesimo e cattolicismo.

E’ difficile concepire come molti tra coloro che predicano la laicità dello stato, in circostanze di debolezza politica (e forse anche ideologica), trovino ogni modo di smarcarsi e sottrarsi da prese di posizioni coerenti e oneste, per quanto difficili. Quasi avessero paura della reazione della gente, o delle autorità, cui dovrebbero spiegazioni sufficientemente motivate. Quasi non avessero le capacità intellettuali o politiche per prendere le distanze dagli eccessi. Eccessi che purtroppo e inevitabilmente si concretizzano, da entrambe le parti della disputa, alimentati da urla e megafoni (veri o mediatici); eccessi che stupidamente riducono lo spessore del problema ad un mero fatto di ordinaria (ma -ahimè- quanto poco scontata!) convivenza civile.
E’ difficile concepire come molti tra coloro che si battono per la laicità dello stato non abbiano il coraggio di dire, forte e chiaro, che il problema non è la visita del Papa all’università, quanto l’indipendenza, la libertà e l’autonomia di Chiesa (e di qualsiasi chiesa!) e Stato, ciascuno nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’altro.

Uno stato democratico e i suoi rappresentanti istituzionali hanno il dovere di concedere a tutti gli stessi diritti e di pretendere da essi gli stessi doveri; siano essi individui o chiese. Per questi motivi sono sicuro che nessuno sarebbe insorto se all’inaugurazione dell’anno accademico fossero stati invitati i rappresentanti di varie confessioni religiose. Così come sono sicuro che il Rettore avrebbe certamente invitato i rappresentanti di varie confessione religiose, se il suo intento fosse stato davvero, come lui disse, quello di portare messaggeri di pace.

Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l’intervento di papa Benedetto XVI all’Inaugurazione dell’Anno Accademico alla Sapienza. Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato.

Mi permetto di aggiungere poche considerazioni personali.

Prima di considerare la posizione di questi docenti come una censura, come ha suggerito l’Osservatore Romano, proporrei di leggere il dizionario.

Riporto dal De Mauro: “CENSURA: controllo esercitato da un’autorità civile o religiosa su pubblicazioni, spettacoli, mezzi di informazione, per adeguarli ai principi della legge, di una religione o di una dottrina morale“.

In un paese in cui ogni domenica, le reti del servizio pubblico trasmettono, se non l’intera messa papale, almeno l’angelus; e, come se non bastasse, i telegiornali (al gran completo) riportano stralci del discorso. In un paese in cui ogni volta che il Papa parla o scrive o si muove se ne dà ampio risalto in tutti i mezzi di comunicazione, anche in quelli di parte, anche nel Manifesto, anche nell’Unità (leggere per credere!).

In un paese come quello, ha senso parlare di censura nei confronti del Papa? Ma soprattutto, quale autorevolezza morale nel parlare di censura, ci si può attendere da una istituzione che ha da sempre, come ci insegna la storia, fatto ampio e spregiudicato uso della censura?

Cose passate, diranno alcuni! Ma allora perchè non prenderne definitivamente le distanze? Perchè difendere, nel 1990, l’esito del processo che portò alla censura e, peggio!, alla prigionia di Galileo? Perchè emettere (nel 1962) un documento (l’ormai famoso ‘Crimen Sollicitationis’) che censura con la scomunica chiunque, nel clero, sia a conoscenza di casi di abusi sessuali (anche su minori) e ne voglia divulgare il contenuto anche solo alle autorità giudiziarie? Al di là di qualunque altra considerazione di metodo e di merito (di cui se ne è già discusso ampiamente) anche la Crimen Sollicitationis ricade, ahimè, nella definizione di censura.

A meno che non si intervenga per modificarne il significato.

Su repubblica.it, oggi, è uscito un articolo di Eugenio Scalfari.

Consiglio, a chi ha la pazienza di leggerlo fino in fondo, di fare clic qui.

Riporto qui sotto qualche stralcio, sperando di non infrangere i diritti d’autore di nessuno.

E’ durato ventiquattr’ore il gelo tra Vaticano e Campidoglio, tra il Papa e il sindaco di Roma. Poi c’è stata la marcia indietro guidata dal cardinal Bertone, Segretario di Stato, e Roma da città in “gravissimo degrado” come aveva affermato Benedetto XVI di fronte a Veltroni, Marrazzo e Gasbarra, è diventata di colpo una “città godibile e accogliente” e le istituzioni locali “alacremente impegnate a migliorare la socievolezza e il benessere diffuso”(…).

Al di là della palese inconsistenza politica e culturale di papa Ratzinger, che da Ratisbona in qua si comporta come un allievo di questo o quel dignitario della sua corte spostando la barra del timone secondo i suggerimenti che gli vengono da chi di volta in volta lo consiglia, esiste più che mai un disagio profondo nella Chiesa e nel laicato cattolico. La Chiesa di Benedetto XVI, ma anche quella di Giovanni Paolo II, non riesce ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la moderna società.

La gerarchia ecclesiastica e quello che pomposamente viene definito il Magistero si sono da tempo e sempre più trasformati in una “lobby” che chiede e promette favori e benefici, quanto di più lontano e disdicevole dall’attività pastorale e dall’approfondimento culturale. Il “popolo di Dio” soffre di questa trasformazione; i laici non trovano terreno adatto al dialogo se non sul piano miserevole di comportarsi anch’essi come una confraternita pronta a compromessi e patteggiamenti (…).

Aggiungo che si tratta di responsabilità condivise. La gerarchia cattolica baratta da anni (o da secoli?) il sacro con il profano; le istituzioni politiche l’accompagnano su questa strada di compromessi al ribasso per cavarne improbabili tornaconti elettorali; lo stuolo sempre più vociante degli atei devoti affianca o precede il corteo (…).

“E’ legittimo e doveroso per tutti i cittadini, e perciò anche per i cattolici, contribuire a far sì che le leggi dello Stato siano ispirate ai propri convincimenti ma questo diritto dovere non è la stessa cosa che esigere una piena identità tra i propri valori e la legge. E’ in questa complessa dinamica che si esprime la responsabilità dei cattolici nella vita politica. Urgente si è fatta l’esigenza della formazione del laicato cattolico alle responsabilità della democrazia. Perché mai l’Italia e i cattolici italiani debbono sempre esser trattati come “il giardino della Chiesa”?” L’autore di questa citazione è Pietro Scoppola (storico, docente e politico italiano, uno dei principali esponenti italiani del cattolicesimo democratico, ndr) e la data è del febbraio 2001 (…).

Scoppola si rendeva conto che solo il dialogo tra la minoranza dei veri laici e la minoranza dei cattolici autentici avrebbe ridotto il peso di quell’indifferenziato corpaccione di finti devoti e di finti laici “appiattiti sullo scambio dei benefici e dei favori, impoveriti di slancio profetico e pastorale, dominati dalla gerarchia e dalle oligarchie”.

La gerarchia occupi tutto lo spazio pubblico che vuole ma non interferisca nell’autonomia dei laici e delle istituzioni civili. I rappresentanti di queste ultime impediscano le interferenze anziché assecondarle o nel caso migliore tollerarle fingendo che non vi siano state. Queste finzioni non fanno bene né alla Chiesa popolo di Dio né alla democrazia.