Magnifico Rettore, con queste poche righe desideriamo portarLa a conoscenza del fatto che condividiamo appieno la lettera di critica che il collega Marcello Cini Le ha indirizzato sulla stampa a proposito della sconcertante iniziativa che prevedeva l’intervento di papa Benedetto XVI all’Inaugurazione dell’Anno Accademico alla Sapienza. Nulla da aggiungere agli argomenti di Cini, salvo un particolare. Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso nella città di Parma, Joseph Ratzinger ha ripreso un’affermazione di Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto”. Sono parole che, in quanto scienziati fedeli alla ragione e in quanto docenti che dedicano la loro vita all’avanzamento e alla diffusione delle conoscenze, ci offendono e ci umiliano. In nome della laicità della scienza e della cultura e nel rispetto di questo nostro Ateneo aperto a docenti e studenti di ogni credo e di ogni ideologia, auspichiamo che l’incongruo evento possa ancora essere annullato.

Mi permetto di aggiungere poche considerazioni personali.

Prima di considerare la posizione di questi docenti come una censura, come ha suggerito l’Osservatore Romano, proporrei di leggere il dizionario.

Riporto dal De Mauro: “CENSURA: controllo esercitato da un’autorità civile o religiosa su pubblicazioni, spettacoli, mezzi di informazione, per adeguarli ai principi della legge, di una religione o di una dottrina morale“.

In un paese in cui ogni domenica, le reti del servizio pubblico trasmettono, se non l’intera messa papale, almeno l’angelus; e, come se non bastasse, i telegiornali (al gran completo) riportano stralci del discorso. In un paese in cui ogni volta che il Papa parla o scrive o si muove se ne dà ampio risalto in tutti i mezzi di comunicazione, anche in quelli di parte, anche nel Manifesto, anche nell’Unità (leggere per credere!).

In un paese come quello, ha senso parlare di censura nei confronti del Papa? Ma soprattutto, quale autorevolezza morale nel parlare di censura, ci si può attendere da una istituzione che ha da sempre, come ci insegna la storia, fatto ampio e spregiudicato uso della censura?

Cose passate, diranno alcuni! Ma allora perchè non prenderne definitivamente le distanze? Perchè difendere, nel 1990, l’esito del processo che portò alla censura e, peggio!, alla prigionia di Galileo? Perchè emettere (nel 1962) un documento (l’ormai famoso ‘Crimen Sollicitationis’) che censura con la scomunica chiunque, nel clero, sia a conoscenza di casi di abusi sessuali (anche su minori) e ne voglia divulgare il contenuto anche solo alle autorità giudiziarie? Al di là di qualunque altra considerazione di metodo e di merito (di cui se ne è già discusso ampiamente) anche la Crimen Sollicitationis ricade, ahimè, nella definizione di censura.

A meno che non si intervenga per modificarne il significato.