Il caso Alitalia sta in questi giorni monopolizzando l’attenzione dei media italiani, tanto da far dimenticare gli scontri in Tibet o la crisi nel Kosovo. Ma la storia del tracollo della nostra compagnia di bandiera non è recente: è una vicenda lunga e complessa, che affonda le sue radici nei decenni passati. Una storia italiana, in cui emergono con forza gli esiti di pessime amministrazioni statali spesso dettate da quelle organizzazioni che avrebbero dovuto difendere i lavoratori, ma hanno finito per rovinarli: i sindacati.

I sindacati, forti della loro “posizione dominante” in questa azienda di stato, hanno spesso, in pasato, dettato le loro regole; regole troppo spesso fatte di privilegi, casta e velleità. I dipendenti Alitalia sono stati sempre tra i più coccolati; piloti e hostess durante le trasferte potevano sogiornare in lussuosi alberghi a 5 stelle. I piani industriali per tenere l’azienda al passo con la concorrenza sono sempre stati bocciati dai sindacati, a suon di scioperi e manifestazioni. I governi, da parte loro, pur di tenere i sindacati a bada (e magari dalla loro parte…) cedevano alle continue richieste. Ma qualcosa cominciò ad andare storto… con la liberalizzazione del settore aereo e la nascita delle compagnie low-cost Alitalia non riusciva a tenere il passo alla concorrenza, i servizi peggioravano, la flotta aerea invecchiava, il buco nel bilancio si allargava, la clientela si riduceva e i piani industriali non riuscivano a far fronte all’emergenza.

La compagnia di bandiera finì sull’orlo della bancarotta, tanto da spingere il governo a considerare la vendita del proprio pacchetto azionario, per arginare le perdite.

Il resto della storia lo conosciamo tutti, ma permettetemi di rinfrescarci la memoria su ciò che è accaduto negli ultimi due-tre mesi. A ottobre le azioni della nostra compagnia di bandiera oscillavano tra gli 80 e i 90 centesimi di Euro. Il governo aveva reso pubblica la propria intenzione di vendere la propria quota, e due investitori avevano risposto. Una notizia trapelò nei giornali, a dicembre: AirFrance era disposta a pagare 26 centesimi per azione (ora diventati 10), mentre “la cordata italiana” capeggiata da AirOne era disposta a sborsare solo un centesimo.

Facciamo un esempio: è come se cercassimo casa e leggessimo nel “Boom” l’annuncio del signor Dino Scaggiante: “vendo appartamento arredato di 60 metri quadri in discrete condizioni in centro Mestre a 200mila euro trattabili”; bene, il signor AirFrance risponde all’annuncio, va a vedere l’appartamento e dopo averlo visto dice; senta signor Scaggiante, sono disposto a pagare la sua casa non più di 25 mila euro; in quegli stessi giorni risponde all’annuncio anche il signor AirOne: guarda Dino, proprio per farti un piacere sono disposti a darti 2500 euro per la tua casa, non di più.

Il nodo è finalmente giunto al pettine; quella che si pensava essere una azienda in crisi, ma ancora in discrete condizioni di salute, è apparsa agli investitori come una mela marcia che vale un ottavo o, nel peggiore dei casi, un ottantesimo del valore dichiarato.

E i sindacati, ora, che fanno? Rinchiusi nel loro imbarazzo, non fanno altro che ripetere “NO”. Prima gridavano no alla privatizzazione di Alitalia, ora no al piano industriale di AirFrance, no agli esuberi, no alle casse integrazioni.

Ultimamente è diventato addirittura difficile distinguere i comunicati dei sindacati da quelli della Conferenza Episcopale Italiana: cambi la parola “esubero” con “aborto”, o “eutanasia”, o “preservativo” e la frase rimane la stessa: sempre e solo “no”.

Nel frattempo le azioni di Alitalia crollano, i debiti aumentano, e le condizioni imposte dagli investitori diventano sempre più restrittive… ma loro, duri e puri, insistono col loro “no”; anche al costo del fallimento della società; anche al costo di lasciare tutti i 7600 dipendenti a casa.